La vittoria del gorilla dentro di noi, nei confronti della parte più squisitamente umana ed evoluta: invece che avere un gorilla al servizio di un umano, abbiamo un umano al servizio di un gorilla.
Questo atteggiamento è stato costruito nel tempo seguendo i dettami dell’evoluzione, o meglio involuzione o degenerazione, della società.
Tale cultura è responsabile di avere generato quella che ho definito “l’angoscia del risultato”, una delle sette angosce di quest’epoca.
Il principio cardine dietro questa angoscia è che il risultato è diventato per le persone un’ossessione, senza che siano in grado di comprendere il valore e il senso di un processo, con l’incapacità di contestualizzare l’attività che dovrebbe condurre a un risultato.
Ti faccio un esempio comune legato all’ambito dell’evoluzione personale (o meglio della sua antitesi come atteggiamento).
Se una persona per non sentire dolore è costretta a seguire una terapia farmacologica, ma questa non riduce il sintomo adeguatamente oppure ha degli effetti collaterali indesiderati o ancora la persona è contraria alla terapia stessa per motivi disparati (la paura del farmaco ad esempio), potrebbe ripiegare controvoglia verso una terapia psicologica come terapia medica alternativa per la rimozione del dolore che vuole eliminare.
La logica alla base è: ho un dolore, voglio toglierlo, per toglierlo vorrei che sparisse senza dolore. Non fa una piega. Insomma. Vediamo perché.
Questa è una logica medica a cui siamo abituati che viene traslata alla logica psicologica, tant’è che essendo stata quest’ultima assimilata all’ambito sanitario, facilita l’equazione: dolore o sofferenza = malattia, malattia brutta e cattiva = estirpare.
Malattia = nemico esterno da combattere che mi invade ma non mi appartiene.
Non a caso non molti anni fa venne ideata la “genialata” della lobotomia. La logica della lobotomia è: hai un pezzo di cervello malato, te lo stacco, non sei più malato. Non trovi che dietro questa logica semplicistica ci sia qualcosa che non quadra? Mi auguro di sì.
Cioè, se non ti quadra, pensa che in alcuni casi si ritiene necessario amputare un arto per evitare che l’arto compromesso vada a infettare il resto del corpo. Se questo dal punto di vista medico ha senso qualora il processo della malattia sia giunto a un certo stadio di non ritorno, nella maggior parte dei casi i processi disfunzionali possono essere intercettati molto prima che sia necessario giungere a una soluzione così drastica.
Il concetto di prevenzione
Sembrerebbe che ti stia guidando verso il noiosissimo concetto di prevenzione che, come rappresentato comunemente, è stato travisato, essendo figlio della stessa logica medica errata.
Facciamo un esempio un po’ estremo per rendere l’idea. Vai dal medico ti dice che rischi un infarto. A questo punto verrà accertata la diagnosi e verranno individuate le cause dirette, facili da sapere già da sé senza avere nessuna competenza medica che non vada oltre il buonsenso.
Se fumi ti diranno di smettere di fumare. Se bevi ti diranno di smettere di bere. Se mangi troppo ti diranno di mangiare meno. Se ti arrabbi ti diranno di non stressarti. Se sei sedentario ti diranno di muoverti.
In pratica dovresti smettere di fare tutte queste cose per non avere un infarto, cose che continueresti a fare se non fossero un problema per la salute. Ma ti è stato detto che rischi di morire più di altri se non smetti automaticamente di farle. A malincuore dunque dovresti smettere di fare qualcosa che percepisci come piacevole.
A tutto ciò aggiungi lo stress di avere una profezia nefasta che finisce per angosciarti e farti vivere come se avessi una spada di Damocle sopra la tua testa.
Ma la cosa peggiore è che ci si concentrerà esclusivamente sulla specifica malattia individuata e non sul funzionamento globale della tua persona nel tuo ambiente, se non in modo estremamente superficiale.
Questa è prevenzione secondo te? A mio avviso no. E ti spiego perché.
Intanto la prevenzione è un concetto fuorviante già in partenza.
Perché tu mangi ogni giorno? Per prevenire di stare male oppure perché il nutrimento è il carburante dell’organismo, per di più piacevole, che soddisfa diversi bisogni?
Vuoi conoscere il senso della vita? Eccotelo: il senso della vita è nutrire la vita. Fine. Tutto ciò che nutre la vita e sprigiona vitalità e non paura e angoscia, è la strada da seguire.
La prevenzione di un male è un effetto automatico del nutrimento della vita. Il nutrimento della vita ha come premio il fatto di stare bene e sentirsi soddisfatti e felici. Se non sei felice significa che non stai nutrendo la vita.
Sono sicuro che se sei arrivato fino a questo punto ti starai chiedendo dove voglio andare a parare. È un classico. Fidati che se sembra che parto da lontano o da cose che sembrano secondarie, non è così.
Significa che hai bisogno di sapere prima queste cose e vorrei che la tua mente attivasse delle nuove associazioni in autonomia attraverso un processo di ricerca spontanea.
Come il cibo non è un optional, così l’evoluzione personale fa parte del nutrimento degli esseri umani. Di conseguenza non andrebbe “attivata” solo quando necessario e a malincuore.
Dovrebbe essere una naturale parte integrante della tua vita, un’attività fine a sé stessa, espressione dell’essere.
Se te ne occupi solo al bisogno, solo perché senti di avere sintomi disturbanti di cui ti vorresti liberare, potrebbe essere che credi di non avere risorse sufficienti per un lusso che non ti interessa.
Sarebbe come dire che siccome hai pochi soldi, compri cibo scadente.
Se hai un atteggiamento errato nei confronti dei soldi, coltivando convinzioni erronee sulla loro gestione, l’effetto sarà la malattia chiamata povertà.
L’evoluzione personale dovrebbe essere auto-motivata e spontanea, non dovrebbe richiedere di essere sensibilizzata, proprio come un bambino ricerca il gioco.
Non avere desiderio per l’evoluzione personale è come non avere desiderio sessuale o appetito.
Solo che se non hai desiderio sessuale ti preoccupi, se non hai desiderio di evolvere non si attiva la tua allerta.
Un essere umano sano e vitale ricerca spontaneamente tra le sue attività predilette e costanti la propria evoluzione personale perché gratificante, a prescindere dal risultato.
L’angoscia del risultato è l’effetto del fare cose per avere altro, invece che del fare cose per il fine stesso di farle. Che di per sé è auto-gratificante.
Fare cose che di per sé non sono gratificanti, conduce all’utilizzo della forza di volontà, cioè a forzare sé stessi.
La forza di volontà andrebbe sostituita con un processo di accomodamento verso l’attività che si vorrebbe fare ma di cui non si sente il desiderio, in modo che si attivi in modo spontaneo e non forzato.
Apprendere quella che io definisco la capacità di entrare nella propria zona di comfort.
È evidente che la persona, invece di nutrire la vita, sta forzando la vita. E forzare la vita conduce alla morte, anche in vita. L’assenza di interesse verso l’evoluzione personale è segno di malessere.
L’evoluzione personale va ricercata per piacere, non per dolore.
Una persona sana ha appetito di conoscere cose di sé, della realtà, vuole sviluppare i suoi talenti e predisposizioni, vuole espandersi e arricchirsi come nutrimento necessario che dà senso alla sua vita.
Un qualsiasi percorso, nella condizione ideale, andrebbe seguito non per il fatto di raggiungere un risultato di eliminazione di qualcosa di indesiderato, ma per il piacere stesso del percorso di cui sentiremmo la fame senza.
Come dice Lowen, non si deve fare qualcosa per crescere, la crescita avviene naturalmente e spontaneamente quando l’energia è disponibile. Quando utilizziamo le nostre energie per proteggere la nostra corazza del carattere, non ci rimangono energie per la crescita o per il naturale processo di guarigione.
Per questo cambia il tuo atteggiamento. E fallo subito.
Articolo di Emilio Gerboni



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